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SECONDA LETTERA AI CORINZI
(4)
Riprendiamo, dopo la pausa estiva, la nostra “lettura” di S. Paolo. Anzitutto ci facciamo fraternamente i migliori auguri per vivere in pienezza l’annata spirituale e apostolica che ci sta dinanzi, anche con l’aiuto e la protezione di S. Paolo. Ci rimettiamo alla sua scuola continuando a leggere la sua Seconda Lettera ai Corinzi, dal punto in cui l’abbiamo lasciata. Abbiamo concluso la lettura del cap. 3, ora iniziamo col cap. 4. Sappiamo che la divisione in capitoli delle sue lettere non l’ha fatta Paolo; egli continua a dettare al suo scrivano, con la foga che lo anima, parlando dei suoi rapporti di apostolo con i suoi figli spirituali. A partire dal cap. 4 possiamo notare un cambio, anche se non molto percettibile, di prospettiva. Dopo le spiegazioni sui rapporti tra Antico e Nuovo Testamento che Paolo ricava in base alle profezie e anche alla sua interpretazione del velo di Mosè, come abbiamo visto leggendo il cap. 3, ora Paolo parla più decisamente del Nuovo Testamento e della sua propria missione, come depositario del Vangelo di Gesù. Dovremmo dire “del Vangelo che è Gesù”, perché la “buona notizia” è la sua presenza in mezzo a noi uomini con tutta la sua persona, la sua parola, i suoi comportamenti e i suoi gesti: dall’incarnazione nel seno di Maria fino… al suo ritorno nel seno del Padre! Paolo non si riferiva certo ai vangeli scritti che ancora non esistevano. La parola “vangelo” allora aveva il suo significato originario, quello appunto di “buona notizia” e questa buona notizia non era altri che Gesù Cristo, Salvatore dell’umanità. Possiamo distinguere in questo capitolo tre brani per poterlo meglio seguire e assimilare. 1) “La gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo” (2Cor 4,1-6) Leggendo questo primo brano del cap. 4 della 2Cor ci colpiscono le due frasi finali dei vv. 4 e 6 che si somigliano come due raggi di sole: “lo splendore del Vangelo della gloria di Cristo” (v. 4); “la gloria di Dio che brilla sul volto di Cristo” (v. 6). Paolo non ha conosciuto Gesù nel periodo della sua vita terrena; lo ha veduto solo nello splendore della sua gloria quando gli è comparso sulla via di Damasco e quello splendore lo ha accecato, ma gli ha impresso nell’anima quell’immagine che non si cancellerà mai più, anche quando egli insisterà nel predicare e rappresentare Cristo e Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i pagani, mentre è potenza e sapienza che salva l’uomo (1Cor 1,23-24), proprio perché in Cristo c'è lo |
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splendore del Figlio di Dio che ora non è più velato dalla sua umanità mortale, ma che trasfigura questa sua umanità così che essa ormai trasmette tutta la gloria del Figlio risorto. Paolo non potrà mai più dimenticare questo rivelarsi di Gesù a lui secondo la compiacenza del Padre (Gal 1,15), che è coinciso con la sua totale conversione a Cristo e con la missione affidatagli di annunciarlo a tutti i popoli. Paolo descrive questo incontro con Cristo come “la misericordia che gli è stata usata” (v. 1), riconoscendo così la via sbagliata in cui si era posto perseguitando Cristo nella sua Chiesa, la grazia del perdono e quella ancor più grande della fiducia posta in lui da Cristo che gli ha affidato la missione, “lo ha investito di un tale ministero”. Per tutto questo egli “non si perde d’animo” (come ripeterà al v. 16) di fronte a qualunque difficoltà: l’opera che egli compie è di Dio, non sua. Proprio per questo egli non bada neppure al successo per se stesso e quindi non sente alcun bisogno – anzi egli rifiuta decisamente – di usare mezzi poco chiari per farsi apprezzare e applaudire, come sembra che facessero altri predicatori! Al v. 2 usa parole grosse per indicare questo comportamento nei predicatori del vangelo arrivati a Corinto. Egli accenna a sotterfugi e astuzia, lasciando supporre modi di fare e di presentarsi poco chiari per guadagnarsi fiducia e simpatia. Però accenna anche a una falsificazione della parola di Dio, che sembra una accusa pesante. Probabilmente si riferisce al tentativo di deformare la fede e il comportamento cristiano imponendo di osservare anche le antiche usanze giudaiche, dalle quali Paolo ha sempre cercato di distinguere la fede e la vita cristiana come una realtà legata unicamente a Cristo Gesù, realtà che supera e annulla tutte le antiche osservanze che ormai erano soltanto immagine e figura della realtà che è appunto Cristo, la sua vita, la sua parola e il suo sacrificio. Il richiamo al velo di Mosè ci riporta nell’ambito dell’Antico Testamento che ora appare come un velo che impedisce di vedere lo splendore del Vangelo della gloria di Cristo, un velo che qui rappresenta l’insieme delle pratiche giudaiche nelle quali i predicatori, giunti a Corinto per screditare Paolo, vorrebbero imprigionare anche i fedeli di Cristo. Per Paolo questo è uno dei modi di cui si serve addirittura “il principe di questo mondo”, il diavolo, per accecare le menti cosicché non percepiscano lo splendore del volto di Cristo (vv. 3-4), cioè la sua rivelazione che salva. Certo Paolo suppone sempre la responsabilità della volontà propria in chi accoglie o rifiuta Cristo, anche se qui mette in risalto soprattutto la tentazione e la suggestione che viene da agenti esterni alla volontà. La predicazione di Paolo è tutta rivolta ad annunciare, a far comprendere la realtà di Gesù, senza alcun interesse per se stesso, in forza della sua missione: egli compie un “ministero”, come diceva all’inizio, cioè un servizio che è servizio a Cristo nei suoi seguaci affinché, attraverso le sue parole, Dio, che creò la luce per il mondo, illumini con la luce della sua grazia i cuori che ascoltano, così che accolgano Cristo nel suo vero e pieno senso di “via, verità e vita” donato da Dio Padre per tutti gli uomini. 2) “Portiamo questo tesoro in vasi di creta” (4,7-12). Un tesoro in un vaso così fragile sembra in pericolo. Spontaneamente si pensa che se il vaso va in frantumi – come può accadere facilmente per i vasi di terracotta – il tesoro si disperde, e siccome in questi vasi si conservano abitualmente dei liquidi, tale tesoro diventa irrecuperabile. Ma il senso della immagine o paragone usato da Paolo è sfruttato sotto un altro punto di vista, quello cioè della fragilità e inconsistenza del vaso stesso, indipendentemente dal contenuto; si tratta di un’oggetto che facilmente va in frantumi e diventa subito inservibile, non è uno strumento consistente che resista a urti e collisioni e che sia in grado eventualmente di porre altri vasi fuori uso. Paolo e gli apostoli nella loro missione di annunciare Cristo crocifisso al mondo giudaico e pagano danno l’impressione di essere appunto dei fragili vasi che possono venire distrutti ad ogni momento. L’immagine del vaso di terracotta richiama facilmente l’origine dell’uomo formato dalla polvere della terra (cfr. Gn 2,1-7) e in passato si pensava solo al corpo dell’uomo debole e fragile. Ma Paolo ha presente non tanto il corpo umano facilmente deperibile e soggetto a malattie e morte, ma tutto l’uomo; la sua intelligenza e altre doti, per quanto abbondanti, risultano sempre del tutto insufficienti rispetto alla missione, tanto più se essa si rivolge al mondo intero (cfr. Mt 28,16-20). Ma Paolo, pur sentendosi così fragile rispetto alla grandezza della sua missione e anche rispetto alla lotta che combattono contro di lui i suoi avversari, non cede: la sua debolezza – come affermerà più avanti in questa stessa lettera (12,5.10) – è un motivo di vanto perché lascia trasparire più chiaramente la potenza della Parola di Dio che è Cristo, quella che Paolo ha la missione di portare a tutti gli uomini, quanti ne può raggiungere! 3) “Non ci perdiamo d’animo” (4,13-18). Paolo ripete con forza nel v. 16, questa frase già espressa all’inizio del capitolo (v. 1). Essa è importante per lui, ma anche per i suoi destinatari. Egli si sente responsabile, come chi ha avuto dal Signore tanta fiducia da vedersi affidata la missione, ma non è lui il signore della missione: essa è di Gesù, il Signore che gliel’ha affidata e quindi Paolo vede tutto dalla parte di Dio e della sua provvidenza. Anche le difficoltà, gli ostacoli e i fallimenti che egli sperimenta appartengono a un disegno di Dio, come gli apparirà, per esempio, il fallimento nell’annunciare ai suoi connazionali ebrei Gesù come Messia e Signore (come mediterà per tre interi capitoli della Lettera ai Romani: Rm 9-11). In ogni caso, tutto questo non abbatte la fede di Paolo, ma la provoca a crescere. Tutte le prove sembrano il vento che attizza maggiormente il grande fuoco della fede di Paolo, mentre spegnerebbe questa fede se fosse solo una fiammella o un fuocherello! Paolo vede tutta la sua vita in funzione della sua missione: “tutto è per voi” (v. 15), sia le fatiche logoranti, sia le prove e anche la fede stessa dell’apostolo. Tutto in lui è per i suoi figli, non ci sono settori di privacy. E così deve essere anche nella comunità cristiana dove si vivono insieme gioie e speranze, problemi e difficoltà, per poter rendere insieme grazie a Dio per quanto dona alla comunità attraverso l’apostolo. Ogni espressione comunitaria della fede giova a rafforzare quella di tutti. Ci rendiamo conto che Paolo ha potuto immaginare la Chiesa come un organismo in cui il benessere di ogni membro giova a tutti e la sofferenza di un membro impegna tutti a guarirlo (cfr. 1Cor 12). Indubbiamente, questo corpo di Cristo che è la Chiesa, è quello interiore che si rinnova continuamente vivendo di fede, speranza e carità, mentre il corpo esteriore compie la sua parabola e si logora un tantino ogni giorno. Ma questo logorìo risulta prezioso perché, vissuto in Cristo, produce una ricompensa che non ha paragone col costo: una eternità di vita piena, felice, senza più alcuna ombra di perdita, di diminuzione… perché si tratta della vita stessa che Cristo ha raggiunto con la sua risurrezione. Ora non la “vediamo”, non la sperimentiamo questa vita, ma essa ci attende infallibilmente. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Concludiamo la nostra considerazione con un atto di fede e proponiamoci di rileggere con calma questo cap. 4 così ricco di suggestioni. 2) Sappiamo esprimere nei nostri incontri le nostre “gioie e speranze”, difficoltà e sofferenze, per aiutarci a ringraziare insieme il Signore e a implorare insieme la grazia di cui ciascuna ha bisogno? 3) I brani in cui Paolo descrive la sua “vita pericolosa” di apostolo, ricordati al paragrafo 2, farebbero arrossire tanti “apostoli” di oggi, a cominciare da noi stessi quando ci sentiamo a disagio e ci scoraggiamo se qualcosa va storto e ci fa un po’ soffrire. Certo ci sono anche oggi apostoli dello stampo di Paolo, uomini e donne, che vivono in condizioni molto difficili la loro missione, fino al martirio… (circa una trentina di martiri solo nello scorso anno 2005!). Cerco di reagire almeno un po’ come Paolo, quando il Signore mi manda qualche prova? D. Antonio Girlanda ssp |